La storia che vi sto per raccontate, o meglio, che Pierluigi Dapueto vi racconterà, perché userò le sue parole, è quella di due pievesi da non dimenticare vissuti all’inizio del secolo scorso.

Luigi Dapueto e Adriana Capurro erano i nonni di Pierluigi, e grazie al suo ricordo siamo riusciti a salvare un’altra piccola grande storia di Pieve Ligure, anzi due: quella dell’osteria a doe Bocche prima, e quella dell’osteria del Riêu dopo.

Poi, visto che divagare mi piace, troveremo spazio anche per raccontare qualcosina sugli avi di Pierluigi emigrati in Sud America.

Prima di lasciare la parola a Pierluigi mi sembra giusto fare una piccola precisazione sulle foto che vedrete: molte sono prese dal bel libro che consiglio a chi, come me, ama Pieve e le fotografie antiche, Pieve Ligure un secolo di immagini.

Ho lasciato anche le didascalie perché sono molto interessanti.
Mio nonno Luigi Dapueto e mia nonna Adriana Capurro abitavano in località Costigliolo, o come la chiamavano loro Costiggêu.

Il Costiggêu è quel piccolo agglomerato di case che si trova in fondo a via privata Mezzano. Di questo nucleo fanno parte i civici dal 2 al 5 di via Besso. Al numero 3, ai tempi di Mussolini, c’era la casa del Balilla, dove tutti i sabati venivano riuniti le piccole italiane e i balilla per fare educazione fisica. Al 5 viveva la Furta, che era la levatrice di Pieve. Al 2 abitava Milli sopranominato il veleno, floricoltore abbastanza fuori le righe.

L’osteria a doe bucche era in quella casa in curva sulla sinistra andando a Sori, di fronte l’ingresso del castello Cirla.

Da e doe bucche è il nome che usava mio padre, penso per via delle due gallerie del treno che passano sotto la casa dove avevano l’osteria.

Negli anni Venti, mi raccontava mio padre che era nato nel 1915, i miei nonni lavoravano tantissimo con gli operai impiegati nel raddoppio della ferrovia e con i vari autisti di passaggio.

Nel 1920 mio nonno ha costruito la casa dietro il benzinaio, dove ora c’è La Paranza.

Al piano terra c’era l’osteria, negli altri piani si era trasferita la famiglia. Lì è nata la sorella più piccola di mio padre.

Mio nonno lo chiamavano Riêu, penso fosse il suo soprannome.


Quando poi mio padre si è sposato nel 1948 l’ultimo piano è diventato il suo appartamento, dove poi nel 1949 sono nato io.

La sorella più grande abitava a Genova e faceva la maglierista e la più piccola ha continuato a vivere con i genitori aiutandoli a mandare avanti l’osteria.

Anche mio padre, pur avendo un altro lavoro, aiutava nei fine settimana.




Morta mia nonna Adriana, l’osteria, ormai diventata ristorante è stata affittata a terzi.


Il mio bisnonno, padre di mia nonna Adriana, era emigrato in Argentina con un maschio piccolo e aveva lasciato in Italia Adriana, Annamaria, Chiara, Noemi, Speranza.

Di Speranza so solo che era rimasta vedova con due figlie Bianca e Norma e aveva in Cile, a Santiago, una ditta di taxi.

Chiara si era sposata con Beppi, un migrante di Pieve che lavorava in Cile.

Dopo le nozze Beppi e Chiara erano emigrati in Cile. Durante il viaggio erano passati da Buenos Aires per cercare il fratello di Chiara, emigrato da piccolo col padre, l’avevano trovato, ma non avevano riallacciato rapporti.

Da Buenos Aires, attraversando le Ande, erano ritornati in Cile, dove avevano un emporio. Quando poi Beppi e Chiara erano rientrati in Italia erano passati dal canale di Panama non passando più da Buenos Aires.

Annamaria è nata nel 1885, si è sposata con un pittore decoratore, Giuseppe Cassinelli. Non ha avuto figli e ha vissuto a Genova fino a che, rimasta vedova, è tornata a Pieve.

Noemi è del 1905. Sposò Ferdinando D’Amato, figlio di Gennaro D’Amato, nato nel 1857, pittore quotato del fine Ottocento.

Ferdinando era professore di filosofia, preside in un liceo di Genova. Non ebbero eredi, fu lui che lasciò scritto che alla sua morte la villa di Pieve fosse lasciata al Comune per farne la sede comunale.

E anche per oggi è tutto.

A presto.
D.