…intanto i figli crescevano e nascevano i primi nipotini, riempiendo di gioia i giardini e le stanze del castello.
Finché lo scoppio della guerra ha messo fine a un’epoca irripetibile, perché la vita non torna indietro.
Riprendo dal punto esatto in cui ho lasciato il racconto di Annie. Ripropongo le ultime due frasi del post precedente non a caso.
La prima, quella dei bambini nel parco, tenetela a mente, perché grazie ad alcune testimonianze affiorate dopo il racconto della regina del castello, presto pubblicherò una pagina dedicata all’argomento.
La seconda, quella legata alla guerra, perché tra poco Annie ci racconterà un’altra bellissima storia il cui scenario è proprio la Seconda Guerra Mondiale.
Una storia dove il lato umano dei protagonisti riesce a illuminare uno dei periodi più cupi del secolo scorso.
L’incanto, quindi, non è svanito.
Certo, la favola del castello e della sua regina non c’è più, ma nemmeno la guerra è riuscita a rubarle il lieto fine.
Perché, i buoni sentimenti prevalgono su tutto, come ci tiene a precisare Annie, quando le dico che parlare di guerra, specie di quella guerra, è sempre difficile.
Quindi non rubo altro spazio a questi due giovani idealisti e coraggiosi, sono sempre parole di Annie, che con i loro buoni sentimenti anche verso il nemico hanno dimostrato il valore della solidarietà e della lealtà.

Pieve Ligure, durante la Seconda Guerra Mondiale
I nonni fuggono a rifugiarsi in un luogo più tranquillo, lontano dalle bombe.
Invece mio padre, che ha già trent’anni ed è libero da obblighi militari a causa della sua salute delicata, decide di rimanere.
Deve vigilare e difendere, nelle sue possibilità, la casa dei genitori.
Mette a rischio la sua vita, ma lui, intrepido, non ha dubbi. Resterà.


Con lui la giovane moglie, anche lei intrepida, mia madre.
Non abbandonano il luogo dove risiede il loro cuore. Rimangono.
Con l’aiuto di gente fedele del posto, riuniscono le cose di valore nel seminterrato, che ricordo enorme, oscuro e misterioso.
Addossano tutto alla parete più nascosta, e le costruiscono davanti un’altra parete. Usano le grandi pietre che erano avanzate dopo i lavori di costruzione, e poi le sporcano per mascherarle.
Grazie a Dio il trucco non viene scoperto!

Arriva così il momento in cui si presentano i Tedeschi.
Subito non sono ostili, erano ancora alleati, anche se è solo apparenza.
Perquisiscono il castello, quindi vi installano dentro l’alto comando militare della zona.
I miei genitori si rifugiano nella Pineta, il villino annesso al castello.

Mio padre parla il tedesco, ha una nonna austriaca, del tempo di Francesco Giuseppe.
Lui e il colonnello mantengono un rapporto di reciproco rispetto.
I primi ufficiali tedeschi che arrivano al castello sono persone colte, educate. Amano parlare di musica e altre arti
Più avanti questi verranno sostituiti dalle S.S. ben differenti e molto più pericolose.
I miei, dalla Pineta, vigilano. Ma non possono impedire l’avanzare del deterioramento che affligge l’interno del castello e le sue raffinate decorazioni.

L’occupazione sta lasciando un’impronta che sarà ardua da cancellare.
In quei giorni difficili viene anche lanciata una bomba che ha come obiettivo la torre del castello.
La bomba cade una decina di metri più lontano, e purtroppo fa una vittima fuori dalle mura.
L’effetto dell’esplosione, col suo fragore spaventoso, frantuma tutte le vetrate del castello.
Sono simili a quelle delle cattedrali: grandi, multicolore. Legate a piombo.
Un luccichio di schegge scintilla al sole, ricoprendo tutto come una messe di brillanti.

Il bombardamento mette in allarme i tedeschi. La loro intenzione è di mozzare la torre per rendere meno visibile dal mare il comando militare.
Ma il capomastro, che aveva lavorato per noi anni prima e che, come tutti i Pievesi, si sente orgoglioso del castello del suo paese, avvisato da mio padre corre in aiuto.
Si presenta e riesce a persuadere il comando, spiegando che l’abbattimento della torre, anche se parziale, avrebbe fatto crollare parte dell’edificio.
Quel buon uomo ha mentito per difendere il castello di Pieve e si è esposto alle terribili rappresaglie tedesche. Per questo, tutti dobbiamo essergli riconoscenti.

Un giorno, senza preavviso, i tedeschi si ritirano dal castello. Nessuno sa perché.
I miei li vedono sfilare. Restano attoniti, sperano che sia un addio definitivo.
Le condizioni del castello non sono buone: le fondamenta verso il mare sono state messe a nudo e una fossa molto profonda è stata scavata per accogliere un cannone enorme.
Un’arma potente che per fortuna non è mai arrivata.

Col suo naturale ottimismo, mio padre si convince che i tedeschi non torneranno più e decise di raccogliere il ferrame che hanno lasciato e di usarlo per ricoprire la fossa.
C’è molto lavoro da fare, lui da solo non riuscirebbe. Così chiede aiuto alla gente di Pieve, che anche in questa circostanza non si tira indietro.
Riesce anche a vendere un po’ del materiale recuperato, ed è un bene perché i fondi scarseggiano dopo tanti anni di guerra e separazione dalla famiglia.

Qualche giorno dopo l’abbandono dei tedeschi, mentre mia madre sta prendendo placida il sole in giardino, con accanto la culla che ha dentro mio fratello, le si presenta davanti un ufficiale inviato dal Comando. È lì per verificare il mantenimento delle istallazioni.
Mio padre non c’è, mia madre è sola con il piccolo.
Per fortuna l’ufficiale posa gli occhi sulla culla e vede mio fratello. È un angioletto biondo e rosato che gli ricorda il figlio.
Intenerito, mostra a mia madre alcune fotografie, si sfoga con lei. Soffre per la separazione dalla famiglia, soffre per l’atrocità della guerra.
Mia madre cerca di prolungare più che può la conversazione, intuendo che sia l’unica possibile via di salvezza. Sa che se l’ufficiale porta a termine il compito per cui è venuto, il dopo non può che essere una condanna a morte.
Finché l’ufficiale guarda l’orologio, dice che si è fatto tardi e chiede se ci sono novità. Poi se ne va.

Arrivano così gli ultimi giorni della guerra.
Un drappello di tedeschi fugge lungo l’Aurelia. I miei genitori, dalle finestre della Pineta, lo vedono passare.
Sul ciglio della strada c’è un soldato ferito. È molto giovane e si sta dissanguando. Lo vedono stremato, sta per cadere a terra, mentre gli altri tedeschi corrono via e lo lasciano indietro.
Mia madre rimane colpita, è poco più di un bambino. Si immedesima in sua madre, non può permettere che muoia così. Allora insiste, chiede a mio padre di andare a prenderlo. E lui va.
Dalle case la gente urla parole ostili. Mio padre, sfidando improperi e grida minacciose, va a prenderlo. Lo porta a casa e, con difficoltà, trova un dottore disposto a curarlo.
Quando alla fine il ragazzo si rimette, lo convincono a consegnarsi come prigioniero di guerra.
Ha solo diciassette anni.
Mi chiedo se sia ancora vivo. E se abbia raccontato ai suoi figli e nipoti che deve la vita ai miei genitori. Spero di sì. Vorrei che sapessero di questa coppietta intrepida, che in quei momenti cruciali ha agito senza provare né odio, né paura.

E alla fine l’incubo giunge al termine.
La famiglia può finalmente riunirsi. Con sacrificio riesce a porre rimedio ai danni subiti dal castello. Decide di utilizzare parte della fossa per costruire una scalinata che dalla parte frontale del castello scende verso il mare. È una struttura grandiosa che risalta la bellezza maestosa della facciata.

Il dopo è un costante tentativo di riprendere a vivere la vita di sempre.
Siamo giunti così alla conclusione del racconto.
Dopo la guerra la mia famiglia ha passato nel castello anni sereni, con lunghi periodi di villeggiatura e riunioni familiari o con gli amici sopravvissuti.
I nonni invecchiavano e noi nipoti crescevamo. L’incantesimo, però, era finito. Nulla poteva essere più come prima.
Il mondo era cambiato e la vita, con la sua durezza, si era fatta strada fra quelle mura così solide.
La guerra, insieme ad altre vicende familiari, ha sgretolato la fortuna della famiglia di Ernesto Cirla.

Mio padre, il giovane musicista che amava ascoltare il suono del mare mentre accarezza gli scogli, quel giovane coraggioso che ha sfidato l’occupazione tedesca del castello, non ha potuto vincere la battaglia contro la malattia.
Quasi al contempo, morì il padre, e morì il figlio.
Nonna Annie non tornò più a Pieve, e il castello fu venduto a un armatore russo.
Era il 1956.

Oggi il castello non è più della sua regina, è vero. Ma grazie a lei e al coraggio della sua famiglia è giunto fino ai nostri giorni.
E ci sarà sempre.




A presto
D.
Un grazie di cuore ad Annie per aver condiviso con noi il suo racconto e ai suoi figli Juan Carlos e Silvia per l’aiuto che hanno dato