Negli anni in cui i vecchi venivano definiti saggi, perché capaci di oltrepassare la barriera delle rappresaglie, viveva Leopoldo. Questi, ancora nel fiore dell’età, lavorava la terra del padrone e si occupava del vecchio nonno. La sua vita era ripetitiva: dopo il canto del gallo sui campi, mangiato un tozzo di pane e qualche oliva nuovamente sui campi, e di sera a riposare. Il nonno lo aveva abituato sin da piccolo ad addormentarsi al suono della sua voce. Le favole che gli raccontava erano talmente belle che parevano vere: Leopoldo ne assaporava il gusto, ne godeva gli odori e se ne immaginava interprete.
Una sera il nonno non aveva parlato di spade e draghi, ma aveva cominciato a narrare una storia diversa.
«Viveva abbagliato dalla propria luce, era bello e tutte le contadine sognavano di sposarlo. Lui, però, amava solo tua madre, era così dal primo momento in cui l’aveva vista. Non era il suo destino lavorare nei campi; era un sognatore e sapeva che presto o tardi sarebbe andato via da qui. Tuo padre parlava di un mondo dove non esistono distinzioni tra padrone e bracciante, dove la terra è terra per chiunque la sappia sfruttare. I primi tempi nascondeva i suoi progetti, aveva paura che io cercassi di dissuaderlo… il padrone non gli avrebbe mai permesso di portargli via la figlia».
«Ma allora io sono il nipote del padrone?», aveva domandato Leopoldo.
«Non devi nemmeno pensarlo! Tu sei il figlio di sua figlia, è diverso», gli aveva risposto severo il nonno.
«Non capisco. Non è la stessa cosa?»
«Forse nella terra in cui tuo padre voleva andare, ma non qui».
Dopo una breve pausa Leopoldo si era fatto coraggio e aveva chiesto: «Parlami di mia madre», la voce gli tremava.
«Tuo padre, sin da piccolo, di nascosto la frequentava, vedessi quant’era bella! Si amavano quanto il mare ama il cielo sulla linea dell’orizzonte, non potevi dividerli, né distinguerli. Tu l’hai mai visto il mare?»
«Nella mia fantasia, attraverso le tue parole».
«Capita che il vento lo renda inquieto: il colore muta e si formano le onde. Enormi cavalloni bianchi che danzano impazziti vicino alla riva. Ma in lontananza, laggiù all’orizzonte, tutto resta invariato: non è possibile capire se il mare si divide dal cielo. L’orizzonte è qualcosa di miracoloso. Se fossimo là adesso ne vedremmo un altro, e poi un altro ancora. Sino all’infinito. Ora sei grande e devi conoscere la verità, perché non vada persa nel tempo. Non resterò qua ancora per molto, ma tu hai tutta una vita davanti, sei giovane e forte: è giusto che il ricordo di tuo padre rimanga vivo in te».
Una lacrima aveva solcato il viso del vecchio, e anche a Leopoldo era venuto da piangere, ma si era trattenuto.
«Lui aveva imparato a leggere grazie a tua madre e si era fatto delle idee. Tutto ciò era proibito. Inizialmente non lo capivo e quando parlava, lo zittivo a suon di schiaffi. Un giorno aveva provato a insegnarmi a leggere e scrivere, ma la paura mi aveva impedito di imparare. Io credevo che i braccianti avessero poco sale in zucca; tuo padre invece… no. Era convinto che non esistessero persone intelligenti o stupide. Tutti possiamo essere in grado di imparare, più o meno velocemente».
«Anche io, nonno?»
«Certo, anche tu. Hai mai visto un libro?»
«No, nonno».
«Un libro è una scatola strana; se la apri diventa un fiume di parole legate l’un l’altra. Tuo padre ne aveva nascosto uno nel vecchio mulino, ma io l’avevo bruciato affinché non lo scoprissero. Si era sparsa la voce che un contadino era in grado di leggere. La gente è cattiva. Diffida sempre di chi ti sorride».
Leopoldo non era sicuro di aver capito, ma non aveva osato domandare. Quante volte aveva sorriso alla gente? Forse, allora, la gente diffidava di lui? Poi, come se avesse intuito i suoi pensieri, il nonno gli aveva bussato tre volte sulla testa, sorridendogli, e aveva ripreso a parlare.
«Tuo padre mi raccontava le sue letture mentre lavoravamo, ora sono custodite nella mia testa. Sono le storie che ti racconto ogni sera. Parlava difficile, spesso non capivo, e lui era sempre disponibile per una spiegazione. La sua compagnia rendeva il lavoro meno duro e in tanti volevano ascoltarlo. Venivano a chiedergli consiglio. Era bello sognare di possedere qualcosa, di essere liberi. Era bello, ma non poteva durare, perché le speranze vengono uccise dalla paura. Non si sa chi, ma qualcuno aveva parlato troppo. Ancora più di tuo padre».
Il vecchio si era interrotto. Il volto era rimasto privo di espressione.
«Il dolore non si dimentica, ma ci si abitua. Il padrone aveva scambiato tuo padre con dodici capre. Ricordo che avevo pianto di nascosto, perché un uomo piange solo se nessuno lo vede. Ora, potessi, darei questi ultimi giorni che mi rimangono per far tornare quella situazione. Come potevo immaginare ciò che sarebbe accaduto? Io vedevo solo il presente, e il presente erano dodici capre che prendevano il posto di mio figlio. Mi sembrava insostenibile, e invece si trattava solo di oltrepassare un fiume, ma almeno potevamo vederlo, salutarlo. Era diventato più dolce sentire la sua voce e vedere il suo sorriso, nonostante tutto ciò che ci stava accadendo. Tua madre, comunque, non aveva smesso di amarlo. Si vedevano ogni sera dove il fiume è facile da oltrepassare, lontano da tutto e tutti. Solo loro…»
Gli occhi del nonno si erano fissati su quelli di Leopoldo, e lui si era chiesto cosa stesse provando. Tristezza? Compassione? Forse delusione? Oppure rabbia? Senza una risposta, quasi si volesse discolpare, si era indicato, picchiettandosi con due dita il cuore. Aveva domandato: «Io?»
Il vecchio aveva allargato le braccia per poi riavvicinarle nello stringersi le mani. Quindi aveva ripreso a parlare stancamente.
«Già. Poi sei arrivato tu. All’inizio si era detto che la figlia del padrone era diventata grassa, poi i segni della gravidanza non le avevano dato scelta. Giravano troppe voci, e il padrone cominciava a essere sospettoso. Tua madre non aveva avuto scelta: era scappata. Tu sei nato qui, è stata tua nonna a vederti per prima. La notte attraversavo il fiume e andavo da tuo padre, gli raccontavo di tua madre e di tua nonna, di te e di me. Lui mi ripeteva sempre che era presto, ma che sarebbe venuto a prendervi. Vi avrebbe portati via, sareste scappati per un po’, ma, a un certo punto, nessuno si sarebbe più chiesto niente, e chissà dove, sareste stati felici. Purtroppo, però, qualcuno aveva cominciato a dire che il padrone avrebbe ricompensato chiunque gli avesse portato notizie della figlia. Ora riesco a capire il suo dolore di padre, ma allora ero solo offuscato dall’odio. La ricompensa faceva gola a tutti e qualcuno si era convinto di riceverla. Povero stolto! Non provo che pena per lui: aveva sperato in un futuro più ricco e invece aveva ottenuto solo un ultimo desiderio prima che il boia gli tagliasse la testa. Ricordo bene la sua espressione, non aveva voluto che gli coprissero il volto. Non gridava, non piangeva, né si ribellava. Un uomo rassegnato non combatte più, attende soltanto. Non so bene cosa guardassero i suoi occhi, ma i miei erano fissi sui suoi. Sai ragazzo, nemmeno la morte lenisce il dolore di un uomo. Forse il tempo ne affievolisce il ricordo. A me era stato concesso almeno questo, a lui solo l’illusione che la sua famiglia sarebbe stata lasciata in pace. Ma agli occhi della gente un traditore resta tale anche dopo la morte, e lo sono anche i suoi figli, lo è anche la moglie. Il padrone li aveva mandati via, sapeva che non sarebbero potuti stare qua, così aveva fatto un nuovo scambio. Mentre andavano via, nessuno aveva rispettato le ultime richieste di quel povero disgraziato, nemmeno io. Così, mentre la sua famiglia passava per l’ultima volta davanti a noi, erano stati lanciati molti sassi; io ne ricordo in particolare uno».
L’immagine di quel gesto così violento si era posta in mezzo a loro e pesava come quel sasso stesso. Nel silenzio, aveva diviso i loro pensieri: Leopoldo aveva visto giustizia, il nonno disperazione e pentimento.
«Ero un uomo disperato. A fine esecuzione per il padrone tutto si era risolto nel migliore dei modi: era stata ritrovata sua figlia, era stato punito in pubblica piazza un colpevole, e non era stata pagata nessuna ricompensa. Forse è per questo che ci ha permesso di vivere. Non ha nemmeno voluto sapere cosa ci facesse tua madre da noi; magari lei gli aveva detto che ci aveva costretti a darle un riparo durante la fuga. Magari… Sono tante le possibili spiegazioni, ma quando si scampa alla morte, non si ha voglia di conoscerne il motivo. Tua madre, comunque, non ti aveva dimenticato e ti voleva con sé. Il padrone non le permetteva di uscire e la faceva controllare in ogni momento. Niente è abbastanza per arginare l’amore di un genitore: dopo tre giorni era nuovamente scappata. Non so come certe notizie fossero arrivate a tuo padre, ma la notte stessa erano tutti e due qui. Che fosse stata o meno una coincidenza non ci interessava, eravamo insieme. Tua nonna piangeva, e noi cercavamo di rassicurarla, ma eravamo preoccupati quanto lei. Solo tu parevi tranquillo. Dormivi come un angelo tra le braccia di tua madre. Poi, all’alba, siete partiti. A volte cerco di ritrovare nella mia memoria l’ultima cosa che ho detto a tuo padre. L’ultimo istante in cui l’ho visto. Sembra facile, eppure non ho nessuna certezza, nemmeno questa. C’è solo tanto dolore».
Parola dopo parola, il rancore di Leopoldo cresceva sempre più. Non era giusto niente: quello che era successo alla sua famiglia, ma nemmeno il fatto che suo nonno glielo avesse tenuto nascosto fino a oggi.
«Due giorni dopo una vecchia ti ha riportato qui. Ti aveva trovato accanto al fiume. Eri solo e non piangevi, forse anche questo era stato un miracolo. Non molto distante tuo padre sorrideva tra i fiori, era tornato libero. Credevo di essere preparato; in quei giorni avevo considerato il peggio, ma non era stato sufficiente. Non si può immaginare la realtà se non la si vive. Qualcuno ha raccontato di aver visto il padrone infilzare tuo padre senza nemmeno permettergli di parlare, altri hanno detto che ha combattuto fino alla fine. Chissà cos’è davvero successo? Non ha più importanza. Tua madre l’ha raggiunto una settimana dopo; il cuore non le ha retto: il mare non può essere se l’orizzonte non lo congiunge al cielo. Ora un nuovo orizzonte illumina i loro occhi».
Leopoldo e il nonno si erano abbracciati cercando conforto l’uno con l’altro, poi il vecchio aveva aggiunto: «C’è un’ultima cosa importante che voglio che tu sappia: ti ho raccontato questa storia perché tu conosca tuo padre e non perché lo vendichi».
Guardando severo il nipote gli aveva detto: «Giurami che non cercherai mai vendetta. Giuramelo!».
«Lo giuro nonno», ma era una bugia.
Si fanno tante promesse, ma quante di queste vengono rispettate? Da quella notte era passato un anno. Un anno di notti insonni e rancore. Un anno di silenzio e dolore. Un anno di domande prive di risposta e di interrogativi non posti. Durante le giornate nei campi Leopoldo aveva cercato di faticare il più possibile per non pensare, ma non era servito. Per ogni colpo di zappa vedeva il padrone annegare nel suo sangue, per ogni colpo di falce vedeva mozzato il suo capo.
Durante le pause si era esercitato con dei legni a tirare di spada e aveva corso per mantenersi agile. Le prime volte era avvenuto saltuariamente, poi era diventato un esercizio quotidiano, sinché il passaggio di un forestiero aveva radicalmente cambiato tutto. Non capitava spesso che uno sprovveduto cavalcasse lentamente e da solo lungo la via maestra. Non capitava praticamente mai che lo stesso non avesse né armatura né elmo pur possedendo una spada.
L’uomo sembrava stanco e poco attento. Leopoldo si era guardato attorno: non c’era nessuno; non aveva ragionato molto, aveva agito in maniera rapida e impulsiva. Si era nascosto dietro a un albero e aveva colpito il viandante con una pala. L’uomo era caduto da cavallo, e prima che potesse accorgersene una bastonata gli aveva rotto la testa.
Il cavallo era scappato via; non sarebbe stato difficile per chi l’avesse ritrovato risalire al proprietario, ma non era importante, nessuno avrebbe mai saputo cosa fosse accaduto. Leopoldo ora possedeva una spada. Velocemente aveva seppellito il cadavere, poi aveva cancellato le tracce più evidenti dello scontro e alla fine si era preoccupato di nascondere l’arma. Aveva deciso di metterla nel vecchio mulino.
Da quel giorno aveva cominciato a studiare le abitudini del padrone. Quando il sole si trovava proprio a metà fra il ciliegio e la quercia, usciva accompagnato da tre fidati protettori e, assieme a loro, cavalcava sino al fiume. Leopoldo li seguiva con lo sguardo: percorrevano sempre lo stesso tragitto. Era giunto il momento della vendetta.
Al canto del gallo il ragazzo era corso nei campi e pazientemente aveva atteso. Durante la notte aveva sistemato la spada vicino al posto in cui sarebbe avvenuto l’agguato, ossia dove, tra due alberi ai bordi della strada maestra, aveva legato una corda ben tesa e poco visibile.
Il sole era giunto proprio nel punto da lui atteso quando tre uomini erano usciti dalla stalla.
«Sono fortunato», si era detto Leopoldo, «Oggi ci sono solo due protettori».
Nonostante ciò era molto nervoso. Il sudore aumentava all’avvicinarsi dei cavalli; in silenzio il ragazzo osservava ogni movimento combattendo con le palpebre affinché restassero ben aperte. Ogni muscolo era teso e pronto all’azione.
Un sospiro e finalmente i cavalli erano giunti davanti alla corda. Il padrone era stato il primo a cadere, seguito in breve tempo dai due protettori che, non riuscendo a fermare i cavalli in corsa, non avevano evitato la corda. Uno, il più robusto, aveva battuto la testa contro un albero, probabilmente era morto o forse era solo svenuto. L’altro si era precipitato a difendere il padrone. Leopoldo aveva afferrato la spada e, gridando vendetta, era corso incontro ai due.
Era bastato un pugno del protettore per buttarlo a terra. Tutto ciò che era riuscito a capire era l’urlo del padrone: «Lasciatelo a me, è mio».
Poi il mondo si era fermato, e un dolore fortissimo gli aveva lasciato solo il tempo di sentire una voce. La stessa voce che poco prima aveva riconosciuto. La stessa voce che lo aveva ucciso.
«Chi era? Chi voleva vendicare?»
1997 (inverno)